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  Elvio Dardanelli  

(Cuneo 1956), è istruttore di III grado AR CONI FIPSAS (Federazione Italiana Pesca Sportiva e Attività Subacquee) e moniteur 3 stelle CMAS (Confederazione Mondiale Attività Subacquee). Sotto le stesse egide è anche istruttore di immersioni in quota, istruttore di immersioni sotto i ghiacci, istruttore di muta stagna, istruttore di apnea, istruttore di immersione fuori curva, istruttore di miscele nitrox. Con la TSA è istruttore rebreather e ancora di miscele nitrox. È operatore subacqueo iscritto all’albo della Regione Liguria. Ha operato come istruttore di speleologia presso il Gruppo Speleologico Alpi Marittime di Cuneo e frequentato stage di speleologia subacquea con il CAI di Lecco. Ha praticato canyoning ad alto livello. Dirige la scuola subacquea FIPSAS – CONI IDEA Sub Cuneo. Vive e lavora in Borgo San Dalmazzo (Cuneo).

    

lago Nero q. 2590 m. in Valle Varaita
     

 

A caccia di laghi e draghi
 
Venti specchi d’acqua in alta quota, esplorati da uno specialista
 
 
 
Raggiungere laghi di montagna in alta quota per poi immergersi nelle loro acque sconosciute: una cosa che si fa già. Però nessuno era riuscito a collezionarne 20 nella sola ultima stagione estiva. Tutti ad altitudini da capogiro. Un’autentica impresa, completamente «made in Italy». Ma che molti al mondo invidieranno. E a cui l’autore, Elvio Dardanelli, ha saputo dare anche un signifi cato in più del primato, documentando ogni immersione in dati geografi ci e immagini. Un lavoro e una passione da «ultimo dei cercatori» di draghi.
 
 
 
A cura di
Romano Barluzzi.
Foto di Elvio, Helen, Hilde, Linda Dardanelli e Cinzia Galvagno
 
 
 
Ci siamo già occupati di lui, della sua scuola d’immersione, col circolo di amici che sta alle sue spalle, l’«Idea Sub Cuneo». E della «sua» disciplina delle immersioni in altitudine, che l’ha visto da sempre come uno tra i primi, storici praticanti, così come tra i primi divulgatori tecnici dei fenomeni che regolano questa specialità, oggi con ogni probabilità il più esperto in Italia e tra i maggiori a livello mondiale. Tanto che Elvio Dardanelli ne volle descrivere tutti i segreti in un recente nostro libro Olimpia – dal titolo Immersioni in alta quota, appunto – mettendoli così a disposizione di ogni appassionato e dei tanti curiosi. Che non a caso crescono di numero in continuazione. Così come abbiamo già cercato di trasmettere da queste pagine il fascino, il mistero e l’intrigante bellezza che questi particolarissimi habitat di montagna sanno ancora offrire. Anche per mettere in guardia da rischiose facilonerie, affinché nessuno ignori la preparazione necessaria per affrontare queste autentiche performance in modo sicuro ed appagante, considerandole – pure dal punto di vista logistico – come vere e proprie «spedizioni», con tutto il senso dell’incognita che ciò sempre comporta. Oggi però ci occupiamo «solo» di un primato. Uno vero, di quelli da notizia, per i quali sarebbe facile configurare l’iscrizione all’apposito Guinness: venti laghi d’alta quota raggiunti ed esplorati in una sola stagione estiva, salite e discese a tempi incredibili, in percorsi mozzafiato, con tutta l’attrezzatura da trasportare sulle spalle, spesso in solitaria, a volte anche per due laghi diversi nello stesso giorno… nei quali nessuno è mai stato prima. E tutto il resto che potete leggere nell’intervista. Visto anche che ci troviamo più o meno nella stagione in cui è meglio cominciare a pianificare questo tipo di attività, indipendentemente dal record. Il che ripropone anzitutto l’eterno problema del «fate come dico e non fate come faccio», ad evitare emulazioni insensate o pericolose approssimazioni. Ma informare è anche questo. Lasciando al lettore, dopo avergli dato tutti gli elementi disponibili, ogni giudizio. Dunque, non si scandalizzino gli istruttori: il loro lavoro resta anzi più prezioso che mai, perché è un operato che attiene al campo della formazione. Dato che poi quel che conta, ai fini della sicurezza nel comportamento, a tutti i livelli, è in fondo l’esatta consapevolezza della differenza che corre in ogni momento tra ciò che si sta facendo e ciò che prevedono le procedure imparate.
 
L’intervista
 
Un insegnamento di consapevolezze che anche Elvio Dardanelli – il nostro «cacciatore di laghi» – nella sua pur lunga attività di apprezzato istruttore subacqueo, ha sempre avuto a cuore e tenuto ben presente. Coltivando però al contempo una irrefrenabile spinta interiore personale a salire sempre più in alto, per tuffarsi sempre più profondo.  Montagne e acque, lassù, tra la terra e il cielo. Un mix di elementi primordiali, solitudine e desiderio d’avventura che, in quel vento più vicino alle stelle, si amalgamano alla perfezione. Difficile da spiegare, quanto da contenere. Meglio non provarci nemmeno. E cercarne invece i risvolti in ciò che lui stesso, direttamente, può confidarci.
 
Dunque, Elvio, 20 laghi d’alta quota – quasi tutti inesplorati – in una sola estate: puoi farci intanto un identikit di questa tua recente impresa?
 
Certo... ecco qua, in estrema sintesi: immersioni in 20 laghi d’altitudine, tutti compresi tra i 1.900 e i 2.650 metri di quota, di cui: - 17 «prime assolute», cioè in laghi dove non è mai stato ancora nessuno; e di queste: - 15 immersioni «in solitaria», cioè da solo sott’acqua ma accompagnato nelle fasi di salita e discesa; e di queste: - 12 immersioni in «solitaria assoluta», cioè da solo sempre, sia in immersione che in salita e discesa; - 30 chili il peso medio dello zaino; - più di 10.000 metri, in totale, di dislivello, percorsi in salita e altrettanti in discesa ; - tempi di salita medi tra 2 ore e 2 ore e mezza - tempi di discesa medi tra un’ora e un’ora e mezza; - profondità toccate dai -10 metri ai -30 metri. - visibilità dell’acqua: dai +10 centimetri ai +5 metri - tempi d’immersione medi 35 minuti; - temperature dell’acqua comprese tra un minimo di +3 °C e un massimo di +9 °C. Tutto ciò tra il primo e l’ultimo giorno dell’estate 2007… nella precedente ero arrivato a 14 laghi. Quest’anno vorrei superarmi ancora!
 
Quando e come è nata questa passione per i laghi d’alta quota?
 
A 18 anni, iscrivendomi a un corso di speleologia. Così, da speleologo, ho cominciato a seguire le vie dell’acqua. Proprio quelle vie che l’acqua, partendo dalle montagne, aveva in milioni di anni scavato nelle viscere della Terra. A volte l’acqua partiva proprio dai laghi d’alta quota, altre volte ci arrivava, attraverso percorsi misteriosi, altre volte ancora invece i laghi si formavano proprio all’interno delle grotte. Imparando ad esplorare, ho scoperto che l’acqua, nei «livelli attivi» delle grotte, a volte spariva nei cosiddetti «sifoni», precludendo allo speleologo la possibilità di proseguire l’esplorazione. Da quel momento ho capito che avrei dovuto imparare a immergermi, per vedere cosa c’era oltre. Per anni ho poi proseguito in parallelo le due attività, occupandomi nel frattempo anche di canyoning, ma alla fi ne a malincuore ho dovuto fare una scelta. Mi risultava infatti impossibile riuscire a gestire al meglio entrambi gli sport contemporaneamente. Tra i due, la subacquea è quello che richiede, praticato normalmente, meno dispendio di energie e preparazione fisica, per cui, forse trincerandomi dietro la passione, ho seguito la via allora più comoda. Avevo più o meno 35 anni e non sapevo che, molto più avanti nel tempo, sarei ritornato sui miei passi. Un cammino a ritroso che mi ha fatto riscoprire la preparazione fi sica, la fatica, ma anche una nuova smisurata passione per la montagna. Ci sono nato, ai piedi delle montagne… le ho viste, le conosco e soprattutto le amo da sempre. È come l’amore che lega genitori e figli: innato. Così mi sono quasi stupito, dopo anni di immersioni in mare, di ritrovarle ancora lì, ferme, immobili, ad aspettarmi. Sono convinto sapessero che, come un figliolo  prodigo, un giorno o l’altro sarei tornato...
 
Che è successo in questo ritorno?
 
È stato graduale, come ritorno. Prima in punta di piedi, saltuariamente, con immersioni in facili laghi di alta quota, insieme agli amici del club. Allora si trattava quasi di scampagnate, immersioni seguite da grigliate, tanta allegria, la scusa e la voglia di stare insieme. Poi però s’è aggiunto il desiderio di saperne di più, di conoscere i motivi degli impalpabili giochi dell’azoto nell’organismo sottoposto agli sbalzi di altitudine, che pure potevano provocare inconvenienti inspiegabili per l’epoca. Allora scoprii che c’era già stato qualcuno che si era posto seriamente il problema. Il libro Sub in Acque Dolci, di A. Galfetti, edito proprio da Olimpia, fu per me come una rivelazione: scoprivo che, al di là di poche formule enunciate quasi sottovoce per adattare le tabelle US Navy alla quota, liquidate in appena un paio di pagine di quello che allora era il nostro testo sacro – il celebre Manuale Federale d’Immersione di Marcante – esistevano problematiche ben più complesse legate alle varie differenze di pressione in base alle variazioni di quota. Così presi a documentarmi sempre più. Oltre a un esame sempre più approfondito degli studi di Galfetti, cercai prima sul territorio nazionale tutto quello che era stato scritto in merito. Mentre le mie immersioni in quota diventavano più impegnative, serie e mirate. Grazie alla disponibilità del Galletti stesso da me contattato, che mi concesse la liberatoria sull’uso delle tabelle, vide la luce il primo manuale di specializzazione della Fipsas per questo genere di immersioni, che allora comprendeva praticamente tutto ciò che con dedizione ero riuscito a far mio in quel campo. Nel frattempo, naturalmente, la mia ricerca personale proseguiva ad ogni livello: cercando altre pubblicazioni, ma anche altre realtà e interpretazioni, in ambiti non solo nazionali; affinando le tecniche dell’immersione sotto i ghiacci – che prima conoscevo solo in maniera sommaria – alla  scuola di Bolzano; con il super speleosub Gigi Casati, sopra Lecco, per respirare di nuovo aria di grotte; a Palinuro, dove le oscure vie dell’acqua che conoscevo erano in quel contesto diventate marine; insomma un continuo girovagare tecnico, esercitato anche con miscele respiratorie diverse dall’aria, nonché su differenti apparecchiature di respirazione, come i rebreather. Ho scoperto comunque che, sulle immersioni in quota, nel nostro Paese – dove peraltro questa pratica una certa diffusione ce l’ha –  esiste una conoscenza teorica piuttosto sommaria. Ciò è dovuto a mio avviso soprattutto al fatto che il fare attività di alta quota in modo saltuario porta immancabilmente ad affrontare con assoluta leggerezza il fenomeno della «sovra-saturazione » e delle altre problematiche legate all’immersione in altitudine. Problematiche che invece, quando si manifestano, possono avere conseguenze anche gravi. Risultato: per dare un senso compiuto all’attività svolta, che andasse anche al di là del discorso Fipsas, ho quindi voluto fare in modo che tutti potessero usufruire delle conoscenze da me raggiunte e così è nato in Olimpia il libro Immersioni in alta quota.
 
Ti si potrebbe ormai definire un «cacciatore di laghi» a tempo pieno…
 
Devo dire che sono ormai talmente preso da quest’attività da aver cominciato in effetti a parlarne come di un lavoro. Non retribuito, ma pur sempre una sorta di lavoro, per me. Perché di ogni lago compilo una relazione, riportando la profondità massima, la temperatura, la visibilità, la presenza di ittiofauna, di reperti bellici, di particolarità distintive, la morfologia interna ed esterna. Inoltre ne annoto la superficie, la natura, le coordinate geografi che. Per ciò che riguarda l’immersione: il tipo di bombola, il tempo di immersione, la decompressione e le sue quote. Di ogni lago fotografo le fasi di salita e di discesa, oltre che il fondale, l’ambiente circostante, il pre e il post immersione. Attualmente, del solo lavoro 2007 ho realizzato qualcosa come circa 2.500 immagini...
 
Come comincia la caccia?
 
Redigo in primavera un programma generale, facendo le mie scelte in base al tipo di lago e alla sua ubicazione. M’informo attraverso libri, riviste, guide, cartine alpinistiche, testimonianze orali sulla storia del lago, le sue caratteristiche di massima, la sua distanza dalle strade, i dislivelli in salita ed eventuali difficoltà – come le arrampicate – da affrontare. I più interessanti sono in genere quelli di confine, dove è normale trovare reperti bellici, poiché tutta la zona di cresta che va dal mare alla Val d’Aosta è stata interessata dagli eventi della seconda guerra mondiale. In particolar modo la provincia di Cuneo ha visto i combattimenti iniziali della guerra nel giugno del 1940. In seguito, nel settembre 1943, lo sfacelo della 4ª armata di stanza nel Var francese e il conseguente esodo degli ebrei alla ricerca della possibile salvezza. Infine i combattimenti tra i nazifascismi che occupavano i bunker e i forti sui colli e gli alleati – americani, francesi, partigiani – che cercavano di entrare in Italia nel marzo-aprile del 1945. Ma ormai per me tutti i laghi di quota sono interessanti.  E più si trovano in alto, più mi interessano. Infatti lo studio del lago e della sua ubicazione non prescinde dai tempi di percorrenza in salite e discese, dalle eventuali difficoltà alpinistiche, dalla meteorologia preventiva, nonché dai necessari permessi che man mano mi sono accordati dagli enti preposti e interessati. Sto facendo immersioni praticamente a tappeto sul territorio e, partendo dalle Marittime, sto risalendo la cerchia alpina: ora mi trovo al superamento delle Graie. La grossa fortuna iniziale, per mein provincia di Cuneo, dove ne esistono già più di 300, di ogni dimensione, quasi tutti di origine glaciale.
 
E la tua preparazione individuale in cosa consiste?
 
Mi piace e mi è sempre piaciuto quasi ogni tipo di sport. Ho forse un limite, una debolezza: mi attraggono soprattutto le «imprese» in senso lato, ho grande propensione e rispetto per tutto quello che solo alcuni o pochi riescono a fare. Nel mio piccolo mi piace pensarmi tra di loro... Nello specifico, passo il periodo autunno inverno primavera, allenandomi settimanalmente almeno due volte con corse solo in salita e quasi sempre in quota, affrontando dislivelli medi di 400/500 metri, con pendenze intorno al 10%-15%, per tempi che vanno da un’ora a due ore e mezza di corsa senza soste. Naturalmente intanto proseguo la mia attività di istruttore in piscina e di subacqueo  al mare, alternando immersioni didattiche a immersioni in miscela e, se qualche volta ci scappa, anche una gita scialpinistica o un’uscita in grotta. Alimentazione di massima nelle spedizioni: barrette energetiche, borraccia da ½ litro con integratori, bustine di enervitene o similari.
 
Quali materiali e attrezzature utilizzi?
 
Uno zaino da alpinismo da 100 litri per il trasporto dei materiali. Per l’immersione: muta stagna in bilaminato concerniera frontale, bombola 7 o 10 litri – ma a volte uso anche bibombola 7+7 o 10+10 – caricata a 240-250 atm, ad aria. Nitro no, mi limiterebbe in profondità. Erogatori separati Poseidon (Cyclon – Jetstream) o Apeks (100/200), rigorosamente con sistema antifreeze, doppio manometro, schienalino portabombola, no jacket, particolare giberna per zavorra di mia invenzione in cui vengono posizionati i sassi reperiti sul bordo dei laghi, pinne a cinghiolo, 2 maschere, guanti e cappuccio di neoprene, 2 computer subacquei, tra cui l’Aladin , unico al momento che funziona anche da altimetro, con scarti di 15 metri in più o in meno; orologio con altimetro e barometro incorporati. No sottomuta, ma 3 paia di pantaloni in pile o tecnici invernali sovrapposti e 3 maglie, di cui 2 in pile e una tecnica, calzettoni in lana. Cesoie a battuta, torcia elettrica, 4-5 moschettoni da alpinismo. Nello zaino per sicurezza: trousse dipronto soccorso, guanti in pile, passamontagna, K-way, coltello, alcune fascette di plastica, anelli di camera d’aria, macchina fotografica con custodia subacquea, cartina alpinistica. Unico documento al seguito: tessera Cai. In caso di campo e pernottamento: tenda alpinismo 2 posti, peso 2 chili e 900 grammi, sacco a pelo tecnico in piumino 90/10, telo termico, materassino autogonfiante, fornellino a gas con cartucce di ricambio. Per la salita: racchette tipo scialpinismo, scarponcini leggeri da corsa in montagna, pantaloni in tela lunghi e maglietta traspirante. Per un peso totale che va da un minimo di 28 fi no ai 38 chilogrammi.
 
Cosa avverti di più sorprendente in quello che fai?
 
Ho scritto un libro tecnico in cui, affrontando l’argomento, ho fissato delle regole – quasi dei paletti – per l’immersione in quota. Certamente valide, s’intende, per l’indispensabile formazione. Ma poi rifletto su quello che faccio io e gli interrogativi riemergono. A livello fisiologico, a causa della differenza di pressione barometrica, entrano in gioco un sacco di fattori, anche se i problemi maggiori sembrano ruotare attorno alle pressioni dei due gas principali dell’aria respirata: azoto e ossigeno. Hai presente quegli alpinisti che scalano un ottomila senza ossigeno? Significa che con sé non avevano bombole da cui respirare ossigeno, con cui reintegrare il fabbisogno che ha il nostro corpo per lavorare in condizioni normali, per via del metabolismo. Infatti a 8-9000 metrila pressione si riduce di più di 2/3, per cui l’alpinista si trova a respirare una quantità d’ossigeno pari a 0,21 x 0,35 atm = 7,35 per cento di O2... Beh, poi pensa a quando in ambito subacqueo si sente parlare di miscela trimix ipossica con O2 al 16%... Certo questo è un caso limite, però è normale che a 2.000 metri l’ossigeno, in base al calcolo precedente, sia sempre ipossico (0,80 atm x 0,21 = 0,161 = 16%!).  Ed è comunque normale che con l’altitudine avvenga una minor ossigenazione dei tessuti, con tutte le conseguenze del caso. A tutto questo processo si aggiunge la maggior produzione di CO2 dovuta allo sforzo per la salita preimmersione, senza parlare poi della fase di discesa... Il disorientamento un po’ compiaciuto che provo nasce dal fatto che le mie immersioni prevedono una fase di salita (normalmente da 1 a 4 ore) su dislivelli importanti, un’immersione dopo circa mezzora dall’arrivo in quota, per la durata di circa 30-40 minuti (che poi dipende comunque dalla profondità del lago), una fase di discesa di circa metà il tempo di salita, fatta dopo circa 15 minuti dal termine dell’immersione. Insomma, in tutto questo c’è qualcosa che cozza contro le normali acquisizioni – comprese le mie – e teorie sull’immersione in quota. Io tendo a giustificare il tutto con lo specifico allenamento psicofisico che faccio, con il fatto che vivo a Borgo San Dalmazzo, dove ci sono già circa 700 metri di altitudine, e che lavoro normalmente in estate oltre i mille metri, ma non riesco lo stesso a capire fi no in fondo. Non sono del tutto convinto di queste teorie, c’è qualcosa che mi sfugge e che vorrei comprendere meglio. La passata stagione mi è anche capitato di fare un’immersione in trimix al mare alle 11 di mattina e poi alle 16 dello stesso giorno un’immersione sotto il ghiaccio a 1.900 metri di quota. La maggior parte dei laghi di quest’anno li ho fatti in assoluta solitudine, e in questo modo ho fatto immersioni esplorative anche in due laghi nella stessa giornata e salite e immersioni in laghi di vallate diverse in consecutiva (una il sabato e una la domenica). Mai nemmeno il benché minimo problema! Deve esserci qualcosa che ancora non sappiamo eppure succede, mi piacerebbe che qualcuno mi aiutasse a scoprirlo. Comunque sono il primo che si rende conto che quello che vado a fare lassù, e come lo faccio, non deve certo essere una regola. Affronto l’esplorazione in solitudine, accettando scientemente i rischi del caso. Mi ritengo, a fronte della preparazione specifica, assolutamente in grado di raggiungere le mete che mi impongo via via. Conosco perfettamente i rischi a cui vado incontro e so che a questi livelli l’incidente subacqueo o alpinistico può essere sempre dietro l’angolo... anche se io tenderei a chiamarlo «destino».
 
Elvio, per concludere un’intervista così non posso risparmiarti il «domandone»:
cosa provi quando finalmente ti trovi al cospetto di un lago d’altitudine dove nessuno si è mai immerso prima?
 
Raggiungere un lago in alta quota a me sconosciuto, magari dopo ore di marcia e momenti di arrampicata, è come vedere un sogno materializzarsi. Uno di quei momenti – come ce ne sono, credo, nella vita di ognuno – davvero irripetibili, emozioni che, diceva mio padre, «fanno bene al cuore»... Ripenso ai giorni di studio passati sui documenti a mia disposizione, alla memorizzazione del percorso, alle ore a guardare e riguardare le foto delle guide alpinistiche… Eppoi ecco quel ritrovarsi finalmente lì, come inebetiti, stupiti, a respirare l’aria frizzante mentre tutto attorno occhieggiano le montagne. Guardare il lago e sussurrargli «eccomi, ora sono qui, sono arrivato, lo so che mi aspettavi», è quasi come avere un appuntamento col destino . Io, assolutamente solo nell’immensità delle montagne, di fronte al lago. Un lago inesplorato, vergine, in cui mai nessuno prima, da quando è stato creato con giochi geologici di milioni di anni dalla neve, dal ghiaccio e dalle rocce, si è immerso. Ed io ho l’onore di essere il primo e in quel momento l’unico. Guardo il lago con rispetto e con il timore dato dalla solitudine mia e dei luoghi. Quella solitudine che forse tutti da bambini abbiamo provato, magari quella volta che ci siamo allontanati quel tanto da non sentire più la voce della mamma che chiamava. Quel senso di sgomento quasi compiaciuto che per la prima volta ci ha fatto sentire grandi e... soli. All’inizio, quando anni fa ho cominciato le mie esplorazioni, l’avevo immaginata come una sfi da. Col passare del tempo è diventato un rapporto di rispetto e – se posso osare  – di amicizia. Faccio fatiche incredibili con 30 chili sulle spalle, immersioni ripetute a distanza di pochi minuti, con trasferimenti in quota e discese a rotta di collo in cui nessuno degli escursionisti con lo zainetto che trovo sui sentieri riesce a starmi dietro, eppure mi pare quasi di essere in qualche modo immune, protetto. Non lo so, sarà lo spirito delle montagne e dei laghi, un drago benevolo, la mia preparazione o semplicemente l’incoscienza... Quel drago, già! Ogni lago ne ha uno, dicono. Lo cerco sempre e forse è sempre lì con me, anche se non lo vedo.  Ma di sicuro il mio respiro affannoso non è più nulla in confronto ai brividi che mi percorrono il corpo, quanto guardo stupito quel lago che all’improvviso mi toglie il fiato…
    
     

Per ulteriori informazioni : 
 
elviodarda@hotmail.com

    
Immersione al lago Lausfer superiore q. 2336 m. anno 2008
     
FIPSAS CUNEO
FIPSAS CUNEO
    
     
SCOPRINATURA di Enzo Resta
SCOPRINATURA
    
     
NATURALPINA di Enzo Resta
NATURALPINA
    
     
circolo subacqueo mantovano
Circolo Subacqueo Mantovano
    
     
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gruppo sommozzatori mantovano
Gruppo Sommozzatori Mantovano
    
     
FIPSAS - CUNEO
FIPSAS CUNEO
    
     
Mondo Sommerso
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